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La mia fidanzatina svezzata da altri Cap 13


di MikyeMarina
17.07.2025    |    3.622    |    17 9.9
"«Amore, e se ti sveginasse lui?» sussurrai, con un tono che tradiva la mia eccitazione..."
Alfredo, Parte I

La primavera esplodeva con un’energia che accendeva ogni cosa, e Marina non faceva eccezione.
I giorni scorrevano veloci, e con il caldo notavo in lei un cambiamento che mi faceva ribollire il sangue.
Era come una puledra selvaggia, pronta a sfuggire a ogni controllo: le sue gonne si accorciavano, aderendo alle cosce come una seconda pelle, i tacchi si alzavano, slanciando le sue gambe in un invito silenzioso ad essere guardata e desiderata da tutti i portatori sani cazzo.
Un’irrequietezza che mi eccitava e mi spaventava allo stesso tempo.
Come avevo capito che qualcosa la tormentava?
Me lo confessò una sera, mentre eravamo nascosti in un angolo buio, sul sedile posteriore della mia auto, le sue mani che cercavano che cercavano in maniera frenetica il mio cazzo, mentre le mie scivolavano sotto la sua gonna cercando al sua fighetta già nuda.
Tra baci umidi e respiri spezzati, mi colpì con una frase che mi fece quasi perdere l’equilibrio:
«Amore, mi manca il cazzo.» Le sue parole mi travolsero.
Sentii il calore salirmi al viso, il cuore battere forte, e il mio cazzo rispondere con un’erezione dolorosa, tradendo ogni tentativo di calma.
«In che senso?» balbettai, la voce incrinata.
«Ci sono io qui, no?» Marina mi fissò, i suoi occhi grandi e profondi come pozze scure, carichi di un desiderio che non riuscivo a decifrare. «Lo so, amore mio, tu sei tutto per me.
Ma… è difficile da spiegare. Mi manca un cazzo duro, pieno di vene, che mi prenda, che mi usi senza pensare a nient’altro.
Qualcosa di crudo, di selvaggio. Come i pescaresi che mi hanno sfondato il sederino, ma la mia figa… quella è ancora intatta e tu lo sai quanto desidero un cazzo nodoso la dentro, e tu sai quanto desideri essere sverginata da un porcone.»
Disse con un tono di voca che sembrava più il capo d’accusa per un condannato che altro. Il tutto misto a provocazione e timidezza, che mi colpì come un pugno.
Come già raccontato, Marina aveva già esplorato il piacere anale con un ragazzo più grande e con 2 persone conosciute a Pescara , ma quel dettaglio sulla sua figa ancora vergine mi faceva girare la testa.
Era come se mi stesse confessando un segreto che rendeva il suo desiderio ancora più pericoloso, più irresistibile.
Le chiesi cosa volesse fare, e lei, con un’espressione smarrita ma carica di lussuria, rispose che non lo sapeva.
Era confusa, combattuta tra desiderio e ragione, ma quel fuoco dentro di lei non si spegneva.
Poi, con un sorriso che era puro peccato, aggiunse:
«Per ora, mi dedico al cazzo del mio amore. A meno che… non vuoi che la tua fidanzatina si dedichi anche ad altri cazzi, vero?»
Quelle parole mi mandarono in tilt. Le sue labbra, calde e morbide, si chiusero intorno a me, e persi ogni capacità di pensare.
Con la voce strozzata dal piacere, ansimai: «S-sì, amore… voglio che ti dedichi a tanti cazzi duri. Tanti cazzi duri e grossi, tutti per te, che ti fanno godere come meriti.»
Fu come aprire una diga.

Nei giorni successivi, Marina era un vulcano. Ogni suo movimento, ogni sguardo, trasudava un’energia erotica che mi faceva impazzire. Camminava con una sicurezza nuova, le sue curve accentuate da vestiti sempre più audaci, come se volesse attirare ogni sguardo, ogni desiderio.
Un pomeriggio, mentre passeggiavamo in centro, incrociammo un uomo.
Marina lo salutò con un «Ciao» timido e rapido, ma carico di una tensione che non mi sfuggì.
Le chiesi chi fosse, e lei, stringendomi la mano con una forza che mi fece quasi male, rispose con un sussurro:
«Alfredo. Lo zio di Elvira.»
Il suo viso si accese di un rosso improvviso, il respiro accelerato, il petto che si alzava e abbassava sotto la camicetta aderente. La sua mano tremava nella mia, e notai il modo in cui si morse il labbro, un gesto che faceva quando era nervosa… o eccitata.
Quella reazione mi colpì come un pugno. Non era solo imbarazzo: c’era desiderio, crudo e inconfessabile.

Nei giorni successivi, quella scena mi ossessionava. Dovevo capire.Scoprii che Alfredo era davvero lo zio di Elvira, una delle migliori amiche di Marina (avevo già accennato a lei nel racconto precedente).
Viveva in una mansarda sopra casa loro, un tugurio che sembrava il covo di un predatore.
Alfredo, 52 anni, era un tipo che non passava inosservato.
Di altezza media, aveva spalle larghe da camionista, ma il suo aspetto era sciatto, quasi volutamente trasandato: capelli lunghi e unti, striati di grigio, tirati indietro; una barba ispida che gli incorniciava un viso segnato dal tempo; una pancia pronunciata che sporgeva sopra la cintura dei jeans sgualciti.
Un odore forte di sudore e tabacco lo avvolgeva come un’aura, un misto che colpiva i sensi e stordiva chiunque gli stesse vicino. I suoi occhi neri, incassati e cattivi, sembravano perforarti l’anima, e ogni tanto, mentre parlava, si passava una mano sul cavallo dei pantaloni, un gesto istintivo, sfacciato, che tradiva una fame cruda e senza scrupoli.
Faceva il camionista, ma solo quando gli andava, e per il resto viveva alle spalle della famiglia, che lo sopportava a stento.
Giravano voci su di lui, come sempre nelle città del sud, dove le storie si trasformano in leggende.
Si diceva che da giovane fosse finito in carcere, anche se nessuno sapeva per cosa. Qualcuno sussurrava di una relazione con una ragazza molto giovane, quasi una minorenne, anni prima.
Era sicuramente un uomo che viveva al confine della legalità.

Cominciai a tastare il terreno con Marina, buttando lì mezze frasi per vedere come reagiva. Un giorno, mentre eravamo seduti su una panchina, accennai che avevo visto Alfredo da lontano. Lei sbiancò, deglutì a vuoto e si morse il labbro inferiore, un gesto che mi fece venire la pelle d’oca.
«Cosa c’è?» chiesi, fingendo noncuranza, anche se il cuore mi martellava nel petto. Dopo un lungo silenzio, Marina si fece coraggio. «È che… mi sta addosso da un po’. In modo pesante.»
«Pesante come?» insistetti, il sangue che mi pulsava nelle tempie.
«Fa battute. Cose tipo: ‘Marinella, sei proprio una bella bimba. Così carina, così arrapante. Una ragazza come te fa girare la testa a un uomo.’
E poi… si tocca, sai? Si passa la mano sul cazzo, sopra i pantaloni, come se non gli importasse che io lo veda. E quell’odore… quel suo odore di sudore, così forte, mi stordisce.
Quando mi è vicino, non capisco più niente, è come se mi entrasse nella testa. Non so se voglio scappare o… lasciarmi andare.»
Imitò la sua voce, bassa, roca, con una nota di provocazione che mi fece correre un brivido lungo la schiena. Ogni parola sembrava accendere qualcosa in lei, e in me.
La sua confessione mi fece immaginare Alfredo che la prendeva, che la possedeva con quella sua virilità cruda, infilandole quel cazzo pieno di vene che lei desiderava, facendola sua in ogni modo possibile.
«Amore, e se ti sveginasse lui?» sussurrai, con un tono che tradiva la mia eccitazione. «Se ti portasse in quella sua mansarda e ti scopasse, ti usasse come vuole lui? Ti piacerebbe, vero?»
Lei arrossì, distolse lo sguardo, ma non rispose. Le sue guance bruciavano, e capii che le mie parole stavano scavando nel suo subconscio, piantando un seme che non poteva ignorare.

«Cosa fai quando ti parla così?» chiesi, spingendola ancora.
«Niente. Lo ascolto. Gli sorrido. Ma… ti devo confessare una cosa, amore.
Mi piace. Mi piace da morire. Quel suo odore, quel modo di guardarmi, di toccarsi… sento un fuoco che mi parte dalla fighetta e mi brucia tutta. È come se mi spogliasse, come se volesse… mangiarmi.»
Le sue parole mi colpirono come un pugno in pieno viso.
Ero geloso, certo, ma il pensiero di lei, della mia Marina, consumata da quel desiderio animalesco per un uomo come Alfredo, mi eccitava in un modo che non riuscivo a controllare.
Le chiesi cosa volesse fare, e lei, con un sospiro che era quasi un gemito, rispose: «Non lo so. È lo zio di Elvira, vediamo che succede, ma lui… mi fa bagnare solo che lo vedo»
Quella sera non facemmo nulla. Eravamo bloccati, sospesi in un vortice di desiderio e tabù.
Ma quando tornai a casa, non riuscii a trattenermi. Mi chiusi in camera e mi segai come se fosse l'unica cosa giusta da fare, immaginando Alfredo – sciatto, laido, con quella pancia pronunciata, le spalle larghe, l’odore di sudore che stordiva, la mano che si strofinava il cazzo sopra i jeans – che metteva le mani sulla mia Marina. Lo vedevo mentre le afferrava i capelli, mentre le spingeva la testa verso il suo cazzo, mentre la scopava la bocca con una ferocia che io non avrei mai potuto eguagliare, prendendola in ogni modo possibile, facendola gridare di piacere.
Ogni immagine mi faceva esplodere, facendomi sborrare con un’intensità che mi lasciava svuotato, ma mai sazio.

Quel pensiero divenne un’ossessione. Possibile che Marina, che aveva già sperimentato tanto, esitasse con Alfredo?
Sapevamo che lui la desiderava, ma non capivamo fino a che punto. Forse voleva solo stuzzicarla con le sue battute oscene e quel gesto sfacciato. O forse voleva di più – la sua bocca, il suo corpo, tutto di lei, in un modo che la segnasse per sempre.
Non lo sapevamo, ma una cosa era certa: Marina stava perdendo la testa per lui.
La conferma arrivò un sabato sera. Passammo ore a parlare di Alfredo, i nostri discorsi erano carichi di una tensione che ci faceva tremare.

La incalzavo, la spingevo a confessare cosa immaginava, cosa desiderava. «Pensa a lui, Marina,» le sussurravo, con un tono che era metà provocazione, metà supplica.
«Immagina Alfredo che ti prende, che ti sbatte contro il muro della sua mansarda, che ti scopa fino a farti dimenticare tutto. Non lo vorresti?» Lei non rispondeva, ma i suoi occhi tradivano tutto: il desiderio, la paura, l’eccitazione.
A un certo punto, le dissi di masturbarsi pensando a lui. Lei non si tirò indietro. Si sdraiò sul sedile posteriore dell’auto, la gonna sollevata, le dita che scivolavano sotto le mutandine. Sussurrava il suo nome, «Alfredo… Alfredo…», il respiro sempre più corto, il corpo che si inarcava.
Quando venne, fu un’esplosione: gridò il suo nome con una forza che mi fece quasi paura, «ALFREDOOOO!», il corpo scosso da spasmi di piacere. Io, guardandola, venni senza nemmeno toccarmi, travolto dalla sua lussuria, dal modo in cui si abbandonava a quel desiderio proibito, come se le mie parole avessero acceso qualcosa di irrefrenabile in lei. Quando riaprii gli occhi, Marina era ancora persa, il viso arrossato, le labbra socchiuse.
Non so perché lo dissi, o forse lo sapevo fin troppo bene. Le parole mi sfuggirono, cariche di un’eccitazione che non riuscivo più a contenere:
«Magari… potresti passare da lui. Con una scusa. Vedere cosa succede. Lasciarti andare, lasciarti prendere da lui, completamente.»
I suoi occhi si illuminarono, un misto di gratitudine e desiderio. «Grazie, amore, grazie! Ti amo. Davvero vuoi?»
«Se tu vuoi, sì,» risposi, il cuore che mi martellava nel petto. «Lo sai che ti amo.»
Marina mi saltò addosso, riempiendomi di baci, il suo corpo premuto contro il mio, caldo e vibrante.

E così, approfittando di un lungo weekend con il 25 aprile, quando le scuole erano chiuse, decidemmo di agire. Inventammo una scusa: Marina avrebbe detto che doveva lasciare un libro per Elvira, che era fuori città.
Un piano semplice, ma carico di possibilità oscure.Il giorno stabilito, Marina si preparò con una cura che mi fece quasi male. Indossava una mini corta a pieghe, che faceva intravedere anche le mutandine. Un paio di sneakers con calzini bianchi le davano un’aria innocente, ma la camicetta bianca, sbottonata quel tanto che bastava a mostrare l’incavo tra i seni, urlava provocazione. Sotto la gonna, una mutandina di cotone bianco, pura e virginale, che nascondeva il fuoco che le bruciava dentro. I capelli cadevano sciolti sulle spalle, incorniciandole il viso come un’aureola perversa. Prima di uscire, mi guardò con un sorriso che era puro peccato:
«Amore, io vado. Tu, però, non ti fare troppe seghe, mi raccomando.»
Il piano era chiaro, persino semplice nella nostra ingenuità: citofonare, entrare, lasciare il libro per Elvira e vedere cosa sarebbe successo. Marina era convinta che non sarebbe accaduto nulla, che Alfredo si sarebbe limitato a qualche battuta volgare, a qualche sguardo famelico, a quel gesto di strofinarsi il cazzo sopra i jeans.
Io, invece, speravo in segreto che lui la prendesse, che la possedesse con quella ferocia che avevo instillato nei suoi pensieri, che la scopasse fino a farla gridare, come io volevo che fosse usata.
Con il cuore in gola, la vidi avvicinarsi al citofono.
Premette il pulsante, e dopo un istante la porta si aprì con un ronzio sordo.
Marina mi lanciò un ultimo sguardo, un misto di eccitazione e paura, poi sparì dentro il portone.
Cappuccetto Rosso era entrata nella tana del Lupo Cattivo…..


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